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Startup in Italia: perchè è difficile decollare?

In rete, e non solo (viste le recenti discussioni sull’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro) la parola “startup” è sulla bocca di tante persone. Nei giorni scorsi, diverse voci e blog hanno dato vita ad un interessante dibattito, cercando di collocare questo fenomeno all’interno della cultura e della società italiana.

Per molti, prima di parlare concretamente di startup e iniziative a loro sostegno, c’è da cambiare la mentalità e la cultura d’impresa del nostro Paese, e c’è bisogno di fare breccia in un certo tipo di idee ancora troppo radicate.

Silvio Giulizia, parlando di start-up e università, ha spiegato come le difficoltà per i giovani italiani ad avviare un proprio progetto imprenditoriale risiedono quasi tutte in un approccio sbagliato: l’aver voluto legare il mondo del lavoro a quello accademico. Per Giulizia, una start-up è come un’avventura, un percorso di arricchimento personale, da prendere per buono anche se non porterà al successo. Il senso della start-up è infatti per lui proprio quello di “prendere il largo”, partire da zero senza bisogno di inutili accademizzazioni del sapere.

Antonio Lupetti, invece, si è sfogato rivolgendosi direttamente agli aspiranti startupper, contestando le idee di quanti addossano tutte le colpe dei fallimenti degli startupper al sistema Italia. Perchè limitarsi, perchè non lanciare, implementare e realizzare la propria idea proponendola direttamente, ad esempio, agli investitori della Silicon Valley? Dunque,secondo Lupetti, se in Italia non si lanciano tante start-up, la colpa è forse anche di chi queste aziende dovrebbe lanciarle.

Del rapporto tra start-up e università parla anche Ivana Pais, presentando diverse iniziative nate fin qui per formare giovani startupper. E in Italia? C’è un’offerta formativa che sta crescendo, ma in generale, oggi, chi avvia la propria start-up, difficilmente passa prima dal mondo accademico.
Se quello della formazione per startupper sia un approccio vincente, lo scopriremo tra poco. Ma senza dubbio abbiamo bisogno di una contaminazione di esperienze e conoscenze che permettano la nascita di una nuova cultura d’impresa, che molto probabilmente dovra essere sempre più open.