Big data, una storia controversa

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Big data, una storia controversa

Smartphones, sensori, social network, e-commerce, transazioni finanziarie, gps, e chissà quante altre cose a cui non prestiamo attenzione, perché ormai le diamo per scontate: tutti questi strumenti raccolgono ogni giorno 2,5 quantilioni di bytes di dati, un numero che è difficile solamente immaginare e che racconta, in maniera impressionate, quanti dati ognuno di noi produca quotidianamente. E spiega perchè stia crescendo in maniera esponenziale l’interesse intorno ai cosiddetti big data.

Per big data si intendono quindi tutti i dati che noi, nell’utilizzare un gran numero di strumenti tecnologici, produciamo e mettiamo a disposizione (spesso incosciamente, in verità) di aziende e di privati. I big data vengono individuati in base a più caratteristiche, anche se la loro definizione è ancora controversa. Vincenzo Cosenza, autore dell’ebook “La società dei dati”, individua le seguenti caratteristiche, necessarie per definire i big data:

– Volume: ingenti quantitativi di data set non gestibili con i database tradizionali

– Velocity: dati che affluiscono e necessitano di essere processati a ritmi sostenuti o in tempo reale

– Variety: ossia dati di diversa natura e non strutturati come testi, audio, video, flussi di click, segnali provenienti da RFID, cellulari, sensori, transazioni commerciali di vario genere.

Come si può vedere, insomma, un flusso di dati costante e spesso fuori dal nostro controllo, tramite il quale le aziende iniziano a tracciare in maniera sempre più precisa i comportamenti dei consumatori: dati demografici, spostamenti, comportamenti d’acquisto, preferenze. Si capisce immediatamente che questi dati, per chi fa marketing e per chi cerca di migliorare la precisione delle proprie campagne, rappresentano una sorta di tesoro.

Il problema che sorge è di carattere legislativo, ma forse anche di carattere etico: è giusto conservare questa quantità di dati per utilizzarla per il proprio ritorno economico? Che controllo dovrebbero avere i consumatori su questi dati? La risposta è difficile, e l’evoluzione della materia è stata troppo rapida per prevedere una risposta univoca a queste domande. Di sicuro, quello che è necessario è che tutti siano consapevoli dei dati che producono e di chi li abbia in custodia.

La sfida del futuro è incentivare l’attivazione di meccanismi che consentano di utilizzare i big data in maniera proficua ed utile a tutti, senza rischiare di farli cadere nelle mani sbagliate e di farne utilizzi pericolosi.