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Perché presto assisteremo allo “sboom” delle startup italiane

E’ sempre più di moda parlare di startup. Ecco appunto, startup, non sarà solo una moda?
E’ diverso tempo che ho questa inspiegabile sensazione che mi porta a pensare che ci sia la solita tara tutta italiana nello scenario startup nel nostro Paese.
Ecco, non vorrei fare l’uccello del male augurio, ma da startupparo seriale, vedo con molta diffidenza il popolarsi di un mercato, quello dei mentor, che ho paura che faccia bene solo a sé stesso.
Il male c’è quando l’oggetto di cui discutiamo, si sposta dall’impresa al fare impresa.
E allora non si dice tutta la verità quando si costruiscono le cose in questo modo.
Per fare impresa, ci vuole sì una buona idea e tanta voglia di fare, ma esse sono condizioni necessarie non sufficienti.
Questo è il vero messaggio da trasmettere, e non startup che bello!
E poiché sento di gran carriera solo quest’ultimo passaggio, mi è molto facile associarlo al fiorire di corsi per facilitatori, advisor e inaugurazioni di incubatori, accelleratori, poli scientifico-tecnologici che alla fine ancora una volta drenano importanti risorse pubbliche, ma poi con che risultati? Non è che in Italia stregati da roboanti ed esotici appellativi, siamo ad ingrassare i soliti furbi invece di creare le vere condizioni perché venga a crearsi il giusto habitat del fare impresa?
Ecco, qualcuno mi giustificherà che si spende mille perché i cambiamenti nella società e nella sua cultura sono lenti ed entropici, dissipano risorse, ma alla fine del percorso si avrà che tutta una serie di realtà sono venute su. Io dico che non basta. E lo dico perché questo modo di fare è esattamente il contrario di quello che farebbe una cultura IT.
Punto primo in Italia manca completamente la connessione con il mondo della ricerca se non in fortuiti casi. E non parlo solo della ricerca istituzionale, ma proprio delle condizioni affinché anche ciascuno nell’ottica dei makers o dei biopunk possa sperimentare e confrontarsi poi agevolmente anche con il mondo accademico ufficiale.
In secondo luogo quasi mai le startup italiane sono pensate per un mercato golobale. Si certo, non è del tutto vero, ma io parlo delle startup che restano in Italia e creano ricchezza qui, quelle che al contrario hanno visone globale non a caso tempo pochi mesi e vengono cooptate all’estero. Ecco questa è la prova provata della mancanza delle condizioni ideali affichè si inneschi il processo tanto agognato.
Poi naturalmente ci sono tutte le diminuzio note ai più: a partire dal mondo del credito per finire alla legislazione in materia di fisco e di impresa. Situazioni che pure in qualche modo da qualche mese cominciano ad essere aggredite.
In conclusione, e lo dico ai miei coetanei, occhio a chi la fa facile. Startup si può. Ma dobbiamo esigere gli strumenti e le condizioni giuste. Non svilire e svendere il nostro sogno ed il nostro diritto di creare impresa e ricchezza per noi e per il nostro territorio. Non servono infatti finanziamenti a pioggia o a fondo perduto, quando poi l’investimento medio nella Silicon Valley nell’early stage è di massimo 30.000 dollari! Servono invece condizioni territoriali che facciano si che visionari, tecnologi, politica, accademia, possano confrontarsi e miscelarsi dando vita ad un vero e nuovo miracolo italiano.