A volte utilizzare una singola parola non è sufficiente per catalogare qualcosa di più vasto e che fa fatica a rientrare negli schemi di una definizione ben precisa. E forse siamo proprio di fronte ad un problema di questo tipo, quando sentiamo una parola che negli ultimi anni è diventata di prorompente attualità e che si affaccia in settori molto diversi della vita e del mercato.

La parola in questione è makers: come detto, è difficile trovare una definizione univoca per quello che è in breve tempo diventato un vero e proprio movimento d’opinione, una sorta di filosofia applicata al mondo industriale e, soprattutto, a quello dell’innovazione e della tecnologia.

Per capire le idee dei makers, bisogna prima comprendere i presupposti del loro modo di pensare: una disposizione naturale all’apertura e alla condivisione del sapere, ereditata dal mondo dell’open source al quale si ispirano e con il quale oggi si interfacciano in maniera naturale.

Qualcuno dice che i makers, gli artigiani digitali del nuovo millennio, daranno il via alla nuova rivoluzione industriale. Per adesso, hanno dato vita a tante belle storie di impresa, di innovazione, storie di persone che si rimboccano le maniche per inventarsi un lavoro che spesso non c’è. Guardano a pratiche e tecnologie innovative per mettere in moto processi produttivi alternativi o per far vedere la luce a prodotti nuovi, frutto spesso di idee visionarie ma che risultano vincenti. Appassionati di tecnologia, che però invece di comprare gli oggetti che desiderano, se li costruiscono.

Uno dei momenti che ha segnato la nascita del movimento dei makers è stata la diffusione delle stampanti 3D, che promettono quello che fino a poco tempo fa sembrava un sogno: ognuno può fabbricare quello che vuole, a casa propria. Mettendo il proprio progetto e le proprie conoscenze a disposizione di tutti, per consentire a chiunque di metterci le mani, modificare, smontare, rimontare. Insomma, questi makers sono anche un po’ quelli che qualcuno, qualche tempo fa, chiamava smanettoni. Un processo di partecipazione e condivisione applicato al mondo degli oggetti. Un’evoluzione nel mondo reale dell’esperienza dell’open source, che tanto ha dato al mondo dell’informatica.

Non sappiamo se quella dei makers sarà la prossima rivoluzione industriale, se riuscirà a prendere piede e a raccogliere altri proseliti o se resterà confinata in una ristretta cerchia di visionari. Riprendendo un famoso discorso di Barack Obama –”Don’t be bored, do something”– perchè non ispirarsi a queste persone per cercare di aprire nuove strade in un’economia stagnante?