La legge 221/2012 ha ufficialmente lanciato l’avventura delle startup innovative in Italia. Adesso è tempo di capire nello specifico come funziona il provvedimento normativo e come le giovani aziende che vedranno la luce grazie ad esso potranno muoversi sul mercato. Lunedi 11 marzo, presso la sede della Camera di Commercio di Potenza, nell’incontro organizzato dalla CCIAA di Potenza e da Basilicata Innovazione se ne è parlato con Alessandro Fusacchia, coordinatore della task force voluta dal ministro Corrado Passera per mettere a punto il provvedimento.

E Fusacchia, raccogliendo il grande interesse maturato intorno al tema, ha parlato per oltre due ore ad un’attenta platea, composta anche e soprattutto da giovani interessati a conoscere le opportunità offerte dalla legge. Pasquale Lamorte, presidente della Cciaa di Potenza, ha aperto i lavori sottolineando come in un momento di crisi come questo ci sia bisogno di iniziative particolari per agevolare il cammino di chi vuole fare impresa, soprattutto se si parla di giovani e di innovazione.

Andrea Trevisi, responsabile del servizio di trasferimento tecnologico di Basilicata Innovazione, ha presentato gli interventi messi in campo a favore delle imprese lucane, tra cui il progetto BUS, Basilicata Up and Start, in rampa di lancio a breve e predisposto per rappresentare un ulteriore strumento di supporto alle attività delle imprese lucane.

Poi, Alessandro Fusacchia ha illustrato gli aspetti più importanti della legge 221/2012, cercando soprattutto di raccontare lo spirito entro il quale è nato il provvedimento, più che le misure in senso stretto. E allora, ecco che Fusacchia parla con entusiasmo di giovani, innovazione e imprese come la dimensione culturale da cui partire per cambiare l’Italia. Parla con una passione che coinvolge tutti, spiega che in Italia non siamo abituati ai giovani imprenditori perché nessuno insegna ai ragazzi come si fa a mettere su un’azienda.

Il coordinatore della task force sulle startup innovative cerca poi di raccontare lo spirito dal quale è venuta fuori la legge, spiegando come il gruppo di lavoro abbia cercato di concentrarsi su tutto ciò che gira intorno alla startup, come abbia cercato di trovare delle caratteristiche comuni che potessero individuare le aziende da inquadrare nel decreto, ma da un punto di vista concreto, non solamente sul versante dei procedimenti legislativi.

Ed è questo il filo conduttore di tutto l’intervento di Fusacchia. Raccontare le idee più che gli articoli del decreto, far comprendere lo spirito che anima l’idea di startup. Spiega quale sia per lui la startup ideale: un giovane di 25-30 anni, un ricercatore magari, che ha tanto talento ma non sa cosa si fa in un’azienda, affiancato da un 55enne che non sa cosa sia l’innovazione, ma sa come funziona un’impresa. E, questa startup, non deve essere per forza digitale, come spesso erroneamente si pensa. Deve investire tanto in ricerca e sviluppo, deve favorire innovazione a tutti i livelli.

Fusacchia spiega poi le idee di fondo che hanno ispirato il decreto e i suoi punti salienti: semplificazione amministrativa, trasparenza, un mercato del lavoro flessibile che elimini la distinzione tra capo e dipendenti, E, ancora, certificazione degli incubatori individuati dalla legge, possibilità di remunerare dipendenti e -addirittura- fornitori con le stock options, quote societarie dell’azienda. E poi, la possibilità di ottenere incentivi per chi investe nelle startup, opzione scelta in alternativa agli investimenti a pioggia per favorire un’ulteriore crescita del sistema.

Ma, soprattutto, Fusacchia ha voluto parlare di quanto sia importante promuovere un cambio di mentalità. Di quanto ci sia bisogno di stimolare una “cultura del fallimento”, che stimoli i ragazzi a provare, e anche a sbagliare, per capire chi siano e cosa vogliono fare. Una mentalità che stimoli tutti a prendersi delle responsabilità, che stimoli a cambiare il sistema Italia. E in conclusione, Fusacchia ci tiene ad esplicitare la ricetta per uscire dalla crisi e favorire l’innovazione: evitare lo scollamento fra generazioni, fare in modo che i giovani lavorino insieme ai più grandi, ma anche insieme ai più piccoli. E, soprattutto, stimolarli a fare rete fra di loro e con i loro coetanei all’estero. Per esorcizzare in un certo senso quello che è diventato il “demone” europeo. Tornare a vedere l’Europa come opportunità e non più come minaccia, insomma, per far nascere un vero ecosistema di startup e stimolare l’innovazione in Italia.