Ogni volta che navighiamo su internet, apriamo una pagina web, scriviamo un messaggio di posta elettronica, inviamo un tweet o aggiorniamo il nostro status su Facebook, ci lasciamo dietro una mole di dati che rendono tracciabile la nostra navigazione, la maggior parte delle volte in maniera inconsapevole.

Eppure, le nostre abitudini, caratteristiche, inclinazioni e preferenze durante la navigazione diventano un patrimonio di informazioni sempre più prezioso, soprattutto per chi fa pubblicità su internet e ha bisogno di produrre messaggi mirati su target sempre più specifici. E’ questo che passa sotto il nome di marketing comportamentale, ovvero l’utilizzo dei dati delle nostre operazioni su internet allo scopo di presentarci messaggi pubblicitari mirati in base alle nostre abitudini di navigazione o alle nostre ricerche.

E, in tempi di crisi, per chi investe in pubblicità e non ha soldi da perdere, questa è un’opportunità straordinaria: avere a disposizione dati sulle abitudini e sulle preferenze di precisi segmenti di popolazione (e quindi, inevitabilmente, di consumatori) consente di calibrare i propri messaggi su quello che può essere proprio il target desiderato. Il campo si restringe, quindi, e in un certo senso diventa anche più facile parlare agli interlocutori desiderati, con un linguaggio sempre più familiare e comprensibile.

Un piccolo esempio, alla portata di tutti per esperienza personale. Pensiamo a tutti i “like” che elargiamo sul nostro social network preferito, Facebook: mettendo insieme tutti i dati che noi stesso trasmettiamo (e il social network ha semplificato il tutto raccogliendo tutto nella pagina “Informazioni” del nostro profilo) è possibile ottenere un profilo completo di chi siamo e cosa ci piace. Il paradiso, per chi deve decidere a chi indirizzare una campagna pubblicitaria.

Ma non è tutto rose e fiori, ovviamente. Il punto di domanda principale riguarda i limiti della privacy: fino a che punto può spingersi chi tratta i nostri dati, e, soprattutto, questi dati vengono raccolti sempre in maniera trasparente e con il consenso dell’utente? Nella maggior parte delle volte, ovviamente, siamo noi a dare il nostro consenso, accettando termini e condizioni -qualcuno li legge davvero?- dei software e dei servizi web che utilizziamo. Altre volte, gli stessi siti sono stati accusati di rivendere i nostri preziosi dati a compagnie esterne.

La mia opinione? Probabilmente, in un mondo del genere, in cui le informazioni e i prodotti abbondano, trovo addirittura molto comodo che Amazon o chi per lui mi suggerisca un libro che potrebbe interessarmi (e la maggior parte delle volte è così). Come al solito, occorrerà fare una sorta di analisi costi/benefici: e, quasi sempre, almeno per me, i benefici superano di gran lunga i piccoli sacrifici chiesti alla nostra privacy.